Come un precipizio che torna su

 

Come un precipizio che torna su.

Le vedi le nuvole smembrate,

non ti ricordano il dolore che hai provato?

[ Tu non sei ]

[ Tu non sei ]

In questo inferno socchiuso divenuto carne tu non sei,

e ho fame di cose in piena

e quando m’imbatto in me stesso mi sento disarmato.

Come un precipizio che torna su.

Ma non temo più gli errori, il delirio, la fragilità.

Sono parte di me i mattini scomposti e le notti solitarie.

Continua, vedi

meglio verso note silenzio, l’incoscienza del tumulto

che scava come quando mi dico

tu non sei

tu non sei

C’ho provato a lasciarmi assorbire da qualcosa

e spesso era tutto singhiozzi e cadute.

Mi sono nascosto e poi uscito allo scoperto,

ho fracassato lembi d’impeto e ondeggiante presentimento,

insonnia

insonnia

insonnia

nel cuore nero dell’insonnia ho aspettato l’apocalisse

ho tossito segni rivelatori

e ho pianto, come piange un nemico sconfitto che supplica per non essere giustiziato,

tu non sei

tu non sei

il dolore  è pura sperimentazione

come un precipizio che torna su

e noi siamo il cuore malato

di questa fantasia contorta del dolore provato

del [non] sei tu

Rive opposte

amicizia uguale aspettative
questa è una non poesia sull’amicizia
che poi alla fine col tempo ognuno prende la sua strada
e tutto si raffredda, o meglio si ghiaccia
– mi scappa da pisciare –
è tutto così difficile da capire che a volte è troppo facile
e adesso resto inchiodato alla sedia
pensando ai luoghi comuni
caffè
nuvole
piedi scalzi
la gente si attiva pronta a tutto
deriva
respiro di lucertola
mani sudate
ci sono priorità e scelte da supportare, fanculo
tagliare la corda, fanculo
tutto sta a come si reagisce
tanto la delusione è come saliva, ti scende in gola e poi risale su dandoti l’illusione che tutto vada bene, avremmo dovuto sostenerci
delay di vibrazioni cancellate con uno sputo
è sbagliato sopravvalutare, e illudere
potevamo concederci il beneficio del dubbio e non voltarci le spalle
avevamo la musica, coglione
che poi capisci e cerchi di spegnere il cuore
pausa
pausa
pausa
che poi capisci e cerchi di andare avanti
e piangi
canzoni
bestemmie
stupide lacrime di frustrazione
e adesso
siamo su rive opposte, postdelusione
tutto questo è reale
io sanguinante e reale
ma adesso basta con questo funerale di blablabla
sono pronto per farmi esplodere, brillio d’occhi assetati che divampa e sprigiona rivoluzione,
la mia rivoluzione

Sul divano

Con le ombre
Della tenda immaginaria
A punzecchiarmi le chiappe
E la testa a ciondolare
Come un lampadario retrò.
Sul divano
Io non guardo
La televisione accesa su RaiMovie
E non penso all’ennesima
Fregatura che ho preso dal mio migliore amico.
Sul divano
Io dico addio a me stesso
E mi scindo bevendo del pessimo vino bianco.
Sul divano
A stomaco vuoto
Ragiono di massimi sistemi
Con il mio ippopotamo fuxia
Che mi guarda e sorride…
Mi guarda e sorride…
E non ci capisco un cazzo
E il cazzo mi si drizza senza una ragione precisa
E il cuore mi si spompa,
Le palpebre barcollano,
Le labbra mi si serrano,
Il naso mi si scaccola,
Le vene mi si pompano
E la mente mi dice che è ora di andare a dormire
( ma chi ha mai dato retta al cervello, di sicuro non Io ).
Sul divano
Ritrovo me stesso
E mi smaltisco
( o almeno ci provo )
E le pareti sono tele bianche che prima o poi dipingero’,
Bevendo altro vino bianco
In attesa dell’amica Insonnia
Che tutte le notti, con fare da stronza, viene a farmi visita.
Sul divano
Verde
A pallini deformati
Io sono pronto
Per ingoiare le mie stesse imperfezioni e insane implicazioni
Con la natura mia bastarda.
E non c’è appiglio che tenga,
Implacabili fantasmi esplodono dal rubinetto della cucina
E il tictac dell’orologio è un bullo nutrito di formiche e bacarozzi.
Sul divano
Qualcuno dalla tv che non vedo viene massacrato
E una velina dal culo rinsecchito balla sulla sua carcassa agonizzante.
Sul divano
( In cucina )
Verde
A pallini deformati
Io mi dedico al vagabondaggio.
È giunto il tempo.
Il tempo è giunto.

Anvedi che cielo…

Anvedi che cielo de prima mattina,

so le seiemezza e l’uccellini canteno spensierati.

Er caffè se spande pe la casa come la risata de na creatura

e dalla strada ancora nun se sente er traffichio de le machine.

Er core dela città zompa lento e pieno de vita

E la donna mia ancora sta addormì sognando sogni beati.

Nun ce cosa più bella de respirasse st’aria frescolina de marzo,

se sente già la primavera e ancora nisuno sta a ffà er pazzo.

 

 

Io Beethoven e mia figlia

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Ed ecco

che passo

la mattina

ad ascoltare

Beethoven

con mia figlia,

l’opera 132 in la minore,

e tu nell’altra stanza

ti asciughi i capelli,

un mucchio di pensieri

nella testa

e le bollette da pagare,

la luce che entra dalla finestra

e due operai ubriachi

che lavorano sul pianerottolo.

 

Tra essere e avere non c’è partita,

scelgo una buona bevuta,

un po’ di musica coi controcazzi,

mia figlia che sorride

e il cuore che pulsa come un maledetto.

Poesia Fluisce

poesia fluisce in luride insuline squarcia/pelle di notte al buio della lampada mosaico quando tutto il mondo festeggia Bagordi natalizi e io aspetto solo che passi tirando testate all’aria viziata del soggiorno dove un enorme quadro sfatto di numeri governa la mia intimità. poesia fluisce nei miei polmoni luridi e squarciati innescando peti urgenti come bombe rimpicciolendo le mie palle ansiose di essere Morse sognante smania di scrivere rumori – il poema dei Rumori – sul fondo del parquet dove rannicchiato lecco briciole di tabacco ossidate e esplosive. poesia fluisce incendiaria e traffichina vagando nel lungo corridoio nel cimitero dei libri impolverati e rovinati come rovinata è la mia Fame di cicatrici e grido silenziosamente grondando ombre cinesi sulla parete fredda come uno schiaffo incespicando nelle smorfie ipnotiche di giocattoli paurosi che cercano forse di dirmi qualcosa. poesia fluisce  e non posso che lasciarla fluire scorrere scrosciare prima che il giorno si componga e io mi decomponga maisazio rotolando i miei pensieri squarcia/budella nel calore delle sue cosce deliranti e succulente Gridando silenziosamente delirante decostruendo squallidi versi che hanno il sapore del sospetto e della volgarità – il poema della Volgarità – sul fondo del parquet dove inconsolabile resto rannicchiato fino alla prossima rivelatrice alba fluente come poesia.

Lato Oscuro

C’è un lato oscuro. sempre
nelle case fatiscenti di Quattrograne
nel sorriso di quella ragazza che hai visto due volte ma ti piace
nell’umidità impregnata sulla maglia sotto il giubbino alle undici di sera per il Corso davanti al WhyNot fumando canne di maria e bevendo stravecchio e birra
nel furore di certi sguardi al vetriolo
nelle scritte sui muri in via De Conciliis che dicono tutto e niente
nelle cagate che fanno gli amici sperando che tu li capisca e li comprenda
nella sinfonia di lampioni sfocati che illuminano ( male ) Corso Vittorio Emanuele
nella lotta arcigna di due cani che si mozzicano spiritati
nella notte che diventa mattina quando meno te l’aspetti
nel distributore di sigarette che sputa e risputa le monete da venti centesimi facendoti bestemmiare per il freddo
nell’insana desolazione di provincia dove tutti si lamentano e nessuno fa un cazzo per cambiare le cose
nelle stelle, sempre le solite stelle del cazzo
nella luna, sempre la solita luna del cazzo
nel tripudio del cambiamento che ad ogni incrocio ci devasta la morta anima di Gogol
nei giri in macchina a notte sfondata percorrendo sempre le stesse strade
nell’amore da marciapiede consumato nel parcheggio dello stadio a due passi dal Black House Blues
nella magia smorta di questo gennaio/duemilasedici freddo come un bacio freddo e interrotto
nei ricordi che mi girano nella testa e non so come definire se non decadenti e impiccioni
nel blablabla disfunzionale dei fiori, i pochi rimasti ai lati della nostalgia
nelle poesie vomitate sotto le impalcature fumando sigarette di tabacco Lucky Strike
nel pianto illuminato dietro la finestra al primo piano in via dell’inverno
nelle favole che leggi a tua figlia aspettando che si addormenti
nella paura che non siamo in grado di gestire anche quando ci sembra il contrario
nella paura per l’uomo nero che cerchiamo di gestire solo con altra paura
nelle chiacchiere motivazionali con Olio nello spiazzo dell’Eliseo dove la ripetizione di ombre sul muro è un graffito realista
nelle chiacchiere da bar, quelle su Castaldo, Salerno merda e Tembe
nel romanzo che ancora non ho scritto e forse mai scriverò
nei tetti verniciati d’amianto e di crepe impantanati in via Antonio Giordano
nei posti di blocco della madama che il sabato sera è come vincere facile
nell’ironico non lo so che ci diciamo pensando alla catastrofe futuro che alla fine ci fotte l’anima morta di Gogol
nella voglia insana che ho di perdermi sull’autostrada per Napoli sniffando notte alla ricerca di emozioni forti e illegali
nell’urlo ginsberghiano munchiano delle ombre intossicate che bacio e poi abbandono bacio e poi abbandono schivando immondizia e gatti fantasma
nei pensieri sinfonia che si attorcigliano al collo come un cordone ombelicale
nel trapestio di amore e lacrime rifratto nei finestrini scuri delle auto parcheggiate
nella delusione che alla fin fine aspettiamo come si aspetta un sorriso cariato
nei portici di via Circumvallazione dove dormono negroni infreddoliti e persi saltati giù da gommoni affondati nel tramonto della via Lattea
nei passi poco silenziosi dei fantasmi che ti inseguono nel ritorno a casa tagliando per Via Dante via Corrado giù fino a via Carducci
nella porta che cigola in un’ora imprecisata della notte dove l’ultima sigaretta mi anestetizza e i sogni si accavallano alle percezioni
nei sogni che poi alla fine spesso sono incubi del cazzo
nelle percezioni che poi alla fine anche loro sono incubi del cazzo
nelle palpebre che poi alla fine come saracinesche di bar notturni fortunatamente si chiudono, fortunatamente si chiudono… e buonanotte, buonanotte al cazzo!

Elettrica Bellezza

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C’è elettrica bellezza
nel nostro passeggiare
per le strade di via Tagliamento
con in mano buste della spesa
e borse piene di biberon da scaldare.

Intorno a noi la gente è frettolosa,
smania per arrivare da qualche parte,
l’odore del traffico è nauseante,
sono le 19 e 45 e al bar di Aurelio
c’è la solita ressa di vecchi e ubriaconi,
vecchi ubriaconi che vivono la noia
parlando dell’ultima puttana
a cui hanno venduto il loro cuore.

Anch’io ho venduto il mio cuore mille volte!

Intanto la piccola Eva
inizia a lamentarsi per la fame!
Anch’io ho fame, ma più di tutto ho
sete.

Poi non so perché
mi vengono in mente
in quest’ordine:
Stravecchio,
pappagalli verdi parlanti,
le fotografie di fabbriche di Lynch,
i capezzoli di Chiara,
le note di una bruttissima canzone che faceva:
dududu-dadada,
le briciole di pane sulla tovaglia rossa in cucina,
una mosca gigante,
Blueberry Hill di Fats Domino,
gli aerei lanciati a palla sulla Siria,
una vecchia camicia bianca che non trovo più
e la mia ultima mutanda nera bucata sul culo.

Intanto la piccola Eva ha fame,
e piange
come se non avesse mai toccato cibo!
Resto calmo, il telefono squilla
ma non rispondo,
non ho voglia di parlare con mia madre
per dirle che non piove,
che oggi a pranzo ho mangiato
e che ieri hanno aggiustato l’ascensore
rotto da due mesi e mezzo.

C’ho tanta roba nel cervello
che vorrei ripartire da zero.

Poi rientriamo a casa,
pieni di buste della spesa
e borse con biberon da scaldare,
metto su la pasta,
Chiara riscalda il latte,
apro una bottiglia di rosso
e cerco di non perdere il controllo.

C’è elettrica bellezza
in questa vita confusa e frettolosa,
e la casa è in disordine,
e a Gerusalemme esplode un’altra bomba,
e fumo una sigaretta di tabacco sul balcone,
e la temperatura si è abbassata di dieci gradi centigradi,
e una luce si accende nel palazzo di fronte,
e profumo di zucchine e gamberetti,
e la pasta ora è cotta,
e il vino mi balla nello stomaco,
e la piccola Eva che mi guarda
e mi rigurgita sulle scarpe.

Mia Cara Figlia

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Mia cara figlia
oggi è una giornata piovosa e l’autunno
si spinge prepotentemente per le strade luride della città.
Salto da una pozzanghera all’altra
schivando ragazzi disagiati ma pettinati all’ultimo grido.
In mano le buste della spesa,
la frutta costa cara,
il pane aumenta ogni giorno di dieci centesimi
e la birra,
beh! la birra è troppo calda per potermela gustare.
Mia cara figlia
la volgarità è ovunque
e bisogna stare attenti. C’è gente di colore
che chiede l’elemosina e vecchi rincoglioniti
che si dannano per avere l’ultima parola.
Mia cara figlia
il bar all’angolo è pieno di rumene bionde che ciarlano
da mezz’ora sfottendo vecchi rincoglioniti che si toccano l’uccello.
Mia cara figlia
anche gli uccellini hanno smesso di cinguettare
e in cielo ci sono solo piccioni che cagano ovunque,
ai lati della strada bidoni zeppi di rifiuti
e nella mia testa ronza una bruttissima canzone pop
che ho sentito al supermercato.
Mia cara figlia
sono mesi che lavoro sodo e sono stanco,
la musica non paga quanto dovrebbe
e la poesia più che soddisfarmi mi confonde.
Cosa cerco? Cosa voglio? Forse dovrei
tagliarmi barba e capelli, e tutto apparirebbe meno storto.
Mia cara figlia
i tuoi occhi grandi mi donano speranza,
quel fottio di speranza di cui adesso ho bisogno
per non pensare all’aumento della benzina,
della frutta, del pane, del latte in polvere, dei pannolini,
per non pensare alle stronzate che leggo sui giornali,
ai vecchi rincoglioniti che flirtano con le rumene
e a questa giornata piovosa di merda,
prima di una serie che il tizio del meteo
dice durerà tutta la settimana.
Mia cara figlia,
mia cara dolcissima figlia non sai quanto ti amo, ma ora basta,
devo spegnere il cervello e tornarmene casa,
ho la maglietta sporca di vomito
e le scarpe strette mi stanno massacrando.
Mia cara figlia,
mia cara bellissima figlia sono fortunato ad averti,
ma devo dirtelo,
la vita non sarà facile e forse un giorno dovrai lottare
per restare in piedi e non farti accoppare,
ma ricorda, quando un giorno leggerai questa parole,
io ci sarò sempre, per te ci sarò sempre,
anche quando il mondo si fotterà con le sue mani
e l’ultimo piccione cagherà sulla vecchia carcassa di un’auto.